Liceo "Ettore Majorana" di Putignano

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Liceo Scientifico Statale

 

 

LA SCONOSCIUTA

cineforum

4 dicembre 2006

Giunta anni prima dall'Ucraina, Irena si muove in una grigia città nordica portando con sé una pena segreta. La sua vita trascorsa assomiglia irresistibilmente a quella d'altre ragazze provenienti dai paesi dell'Est: violenze e umiliazioni in serie, lo sfruttamento, le giornate sempre uguali. Solo ricordo positivo, quello di un amore intenso, troncato in modo brusco. Divenuta adesso una bella donna sulla trentina, ella s'aggira in cerca di lavoro, a tutti chiedendo d'aiutarla: si sistema infine presso un'agiata famiglia d'orafi, gli Adacher, diventando ben presto un'importante presenza per la loro figlioletta Tea. Purtroppo, l'apparente equilibrio raggiunto è destinato ad infrangersi: dal passato non s'affacciano più solamente incubi e visioni, si materializza anche il proprio aguzzino d'un tempo, noto come "Muffa", che la trascina in una catena di nuovi orrori. Ma Irena è vicina a raggiungere il proprio obiettivo, e non vuole fermarsi...
Erano più di cinque anni ("Malèna" porta la data del 2000) che Giuseppe Tornatore non dava segnali di vita artistica: oltre un lustro speso a inseguir un progetto ambizioso - il kolossal su Leningrado concepito da Sergio Leone - e che, per ora, figlia questo "La sconosciuta", difficile da ascrivere a un qualunque genere. Se le atmosfere iniziali, infatti, rimandano al cinema di Hitchcock (e la colonna di Ennio Morricone fa palesemente il verso a quelle di Bernard Herrmann), poi il film pare collocarsi nei territori del mélo di tradizione indigena: Matarazzo, certo, ma ancor più certi drammi a sfondo erotico tipici degli anni '70 (si pensa - absit iniuria verbis - al Brunello Rondi di "Valeria dentro e fuori" o, meglio, di "Ingrid sulla strada"). La differenza rispetto a quei lontani - e all'epoca disprezzati dalla critica - prodotti sta nel fatto che è diventato oggi impossibile fare film per adulti, grazie alla dittatura dei diritti d'antenna: la pellicola appare così assai sbilanciata, violenta in taluni passaggi ma inspiegabilmente castigata e priva di morbosità sessuale. ll risultato è un'operina di convincente atmosfera, con momenti efficaci (la brutale educazione della bambina, ad esempio) e personaggi azzeccati (la protagonista, tratteggiata con finezza da Xenia Rappoport, e Valeria, un'intensa prova di Claudia Gerini), ma pure gravata da una scrittura debole, figure risibili (il grottesco Muffa, al quale Placido soccombe incolpevole) ed uno scioglimento finale che è un autentico infortunio narrativo.